Indici azionari a settembre 2026: rendimenti sotto pressionea
Settembre 2026 è stato un mese difficile per gli investitori azionari globali: i principali indici hanno chiuso in ribasso, trascinati soprattutto dall'impennata dei rendimenti obbligazionari. Nonostante utili societari solidi e un sentiment resiliente in alcune aree, la stretta monetaria e le valutazioni elevate hanno pesato sui listini. Le tensioni geopolitiche, in particolare la guerra con l'Iran, hanno inoltre alimentato i timori sull'inflazione e i rincari dell'energia.
- A settembre gli indici azionari globali sono scesi, soprattutto a causa del rialzo dei rendimenti obbligazionari.
- Gli utili societari restano solidi e il sentiment mostra una resilienza di fondo, in particolare negli Stati Uniti.
- Stretta monetaria, inflazione persistente e rischi geopolitici continuano a condizionare i mercati.
Azionario USA: il rialzo dei rendimenti frena Wall Street
Settembre si è chiuso in territorio negativo per l'azionario statunitense: l'S&P 500 ha terminato a 7.636 punti, in calo dell'1,5% su base mensile (MoM), ma ancora in rialzo del 16,9% su base annua (YoY). Il Nasdaq 100 ha ceduto lo 0,7% MoM, a 29.442 punti, mentre il Dow Jones ha perso il 3,1% MoM, a 52.380 punti. La correzione è arrivata nonostante una solida crescita degli utili per azione (EPS) del secondo trimestre, pari al +27,6% YoY per l'S&P 500, e un sentiment in fase di stabilizzazione, con il VIX a 16,5, livello compatibile con una propensione al rischio.
Tuttavia, il P/E prospettico a 12 mesi dell'S&P 500 è ora a 19,1 e il premio per il rischio azionario (ERP) implicito prospettico è sceso bruscamente al 2,15%: le valutazioni risultano così molto sensibili all'aumento dei rendimenti obbligazionari. Il rendimento del Treasury USA a 10 anni è salito al 4,84%, riducendo l'attrattività dell'azionario.
Borse europee e altri indicatori di mercato
Anche le Borse europee hanno risentito della pressione: il DAX 40 ha perso il 2,8% MoM, a 25.571 punti, pur avendo toccato ad agosto il massimo storico di 26.619 punti. Il suo P/E prospettico a 12 mesi è pari a 15,1x. Il FTSE 100 ha ceduto l'1,8% MoM, a 10.670 punti; la crescita degli utili per azione del 17,1% YoY e un fair value stimato di 12.250 punti indicherebbero una sottovalutazione dell'11,5%, anche se il CAPE ratio di 18,6x resta sopra la media registrata dal 2000.
Gli altri indicatori confermano un quadro complesso: il petrolio WTI è balzato del 16,1% MoM, a 97,30 dollari al barile (+51,9% YoY), soprattutto a causa della guerra con l'Iran. L'oro è rimasto stabile a 4.400 dollari l'oncia (+20,9% YoY). Il rendimento del Treasury USA a 10 anni, salito al 4,84% (+14 punti base MoM), conferma lo spostamento globale verso tassi più elevati.
Banche centrali ed eventi chiave di settembre
Le banche centrali hanno segnato il mese di settembre, con tre decisioni sui tassi e un dato chiave sull'inflazione in chiusura di mese:
- Giovedì 10 settembre (Area euro): la BCE ha alzato i tassi di 25 punti base, come ampiamente previsto.
- Mercoledì 16 settembre (Stati Uniti): il FOMC della Federal Reserve ha alzato i tassi di 25 punti base, portando il range al 3,75%-4,00%, in linea con le attese.
- Giovedì 17 settembre (Regno Unito): la Bank of England ha mantenuto il Bank Rate al 3,75%, come atteso.
- Mercoledì 30 settembre (Stati Uniti): deflatore della spesa per consumi personali (PCE) di agosto, indicatore chiave dell'inflazione per la Fed.
Sintesi per gli investitori
L'andamento di settembre evidenzia una tensione di fondo: utili societari solidi e un sentiment positivo si scontrano con il rialzo incessante dei rendimenti obbligazionari e con un'inflazione persistente. Le azioni USA mostrano una forte crescita degli utili, ma valutazioni elevate e un premio per il rischio azionario in calo le rendono molto sensibili ai movimenti dei tassi. I mercati europei affrontano pressioni analoghe, anche se il FTSE 100 appare sottovalutato. Il contesto suggerisce che la volatilità potrebbe restare elevata, mentre le banche centrali gestiscono l'inflazione e gli sviluppi geopolitici, come la guerra con l'Iran, continuano a incidere sui prezzi dell'energia e sulla stabilità economica.
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